
Tante strade portano al successo. In questa serie vi presentiamo le 12 più importanti.
La presentazione? Domani. La mail scomoda? Dopo. La nota spese? Solo quando non resta davvero nient’altro di più piacevole da fare. Rimandare come strategia di sopravvivenza? Posticipare le cose è umano — e a volte persino sensato. Diventa un problema quando “dopo” si trasforma nel metodo di lavoro preferito. Allora i compiti piccoli diventano mostri enormi. E cinque minuti di lavoro si trasformano in tre giorni di senso di colpa.
Non rimandare a domani quello che puoi fare oggi.
Johann Wolfgang von Goethe (1749–1832), poeta, scrittore e naturalista tedesco.

Prima o poi inizieremo…
Prima o poi non arriva mai. Adesso è adesso!
Un momento catturato durante uno dei nostri corsi, Foto: TELOS
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Procrastinazione suona scientifico e quasi elegante. Ma il vizio di rimandare descrive meglio la realtà. Si tratta del rimandare volontario un’azione già pianificata, pur sapendo che il ritardo ci porterà probabilmente degli svantaggi. La cosa interessante è che di solito non manca né la conoscenza né l’intenzione. Sappiamo benissimo cosa bisognerebbe fare. Semplicemente, in quel momento, non ne abbiamo voglia. E il nostro cervello è straordinariamente ricettivo alle alternative più attraenti. La dichiarazione dei redditi compete con una nuova notifica. La telefonata difficile con il cliente cede il posto a un caffè veloce. La preparazione del colloquio con il collaboratore perde contro il bisogno urgente di scoprire cosa c’è di nuovo in rete.
Una gara impari. Il piacevole ricompensa subito. Il beneficio del compito scomodo arriva dopo.
Chi rimanda non è automaticamente pigro. Dal punto di vista psicologico, la procrastinazione ha molto a che fare con la capacità di autoregolazione. La ricerca evidenzia legami con l’impulsività, la tendenza alla distrazione e la capacità di governare attenzione ed energia. A questo si aggiunge un meccanismo semplice: più una ricompensa è lontana nel tempo, meno risulta motivante oggi. Il rapporto annuale da consegnare a fine mese perde il martedì mattina contro il caffè con il collega. Solo quando la scadenza si avvicina, il compito acquista improvvisamente un nuovo fascino.
Ed ecco il piccolo miracolo: ciò che sembrava impossibile per tre settimane, diventa fattibile in tre ore. Sotto pressione riusciamo a lavorare molto velocemente. Solo che non sempre molto bene.
Dietro il rimandare si nasconde spesso qualcos’altro: il compito genera sensazioni sgradevoli. È noioso. Complicato. Enorme. Poco chiaro. Conflittuale. O temiamo di non riuscire a portarlo a termine. Allora facciamo altro — e ci sentiamo meglio, almeno per un po’. È proprio qui che scatta la trappola. Il rimandare viene ricompensato subito: sollievo!
A lungo andare, però, arriva il conto. Ansia da scadenza, stress, senso di colpa e un mucchio di cose in sospeso che continua a crescere. Il cervello ha comprato cinque minuti di benessere e li ha pagati con due giorni di nervosismo. Un pessimo affare.
Anche le aspettative troppo alte bloccano l’avvio. Chi crede che un compito debba essere eseguito brillantemente fin dal primo momento innalza la soglia di ingresso. La presentazione deve essere straordinaria. Il concept perfetto. Il testo pronto per la stampa. La proposta inattaccabile. E così, per prudenza, non si inizia affatto. Nel mondo del lavoro, questo modo di pensare costa tempo ed energie. Molti compiti non richiedono perfezione fin dall’inizio. Hanno bisogno di una prima bozza. Una prima pagina mediocre si può migliorare. Una pagina bianca è sorprendentemente resistente alle critiche — ma produce ben poco in termini concreti.

Già quasi tardi!
Immagine tratta dai nostri materiali didattici
Foto e collage: TELOS
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La motivazione viene spesso vista come prerequisito per agire: prima devo essere motivato, poi mi metto al lavoro. Nella realtà di tutti i giorni, funziona spesso al contrario: Prima si inizia, poi arriva la motivazione. Per questo, quando si affronta un compito scomodo, il primo obiettivo non dovrebbe essere: “Devo finirlo oggi.”
Meglio: “Ci lavoro dieci minuti adesso.” Dieci minuti non spaventano nessuno. Aprire il file. Scrivere il titolo. Annotare tre punti. Chiamare il cliente. Inserire il primo dato. La montagna rimane alta quanto prima. Ma improvvisamente ci si trova già sopra.
1. Rendete i compiti ridicolmente piccoli.
“Elaborare il concept strategico” suona come una notte insonne. “Scrivere tre obiettivi” suona fattibile. Scomponete i compiti grandi finché il primo passo non sembri quasi imbarazzante per quanto è semplice.
2. Non iniziate TRA dieci minuti, ma PER dieci minuti.
Impostate un timer. Lavorate dieci minuti, poi potete smettere. Il trucco: spesso non lo farete.
3. Definite un punto di partenza concreto.
Non: “Domani penso alla presentazione.” Ma: “Domani alle 9.00 apro la presentazione e lavoro alle prime tre slide.”
4. Eliminate le tentazioni.
Cellulare fuori dalla vista. Client di posta chiuso. Notifiche disattivate. Tab del browser chiuse. Chi deve combattere costantemente contro le distrazioni spreca energia preziosa. Rendete la distrazione difficile e il lavoro facile.
5. Il compito più amaro va affrontato per primo.
Sbrigate il compito sgradevole al mattino presto. Quel breve momento di fastidio è molto più sopportabile che trascinarselo dietro mentalmente per ore.
6. Pianificate compiti, non buone intenzioni.
“Dovrei finalmente…” non è un piano. Assegnate ai compiti importanti uno spazio concreto nel calendario. Tutto ciò che non trova posto nell’agenda finisce, con sorprendente frequenza, nel regno delle intenzioni eterne.
7. Abbassate le aspettative di perfezione al primo giro.
Concedetevi esplicitamente una bozza grezza. Prima producete, poi rifinite. Chi vuole scrivere, valutare, correggere e perfezionare tutto in una volta si costruisce da solo il freno a mano.
8. Premiate i progressi.
Il nostro cervello ama le ricompense immediate. Sfruttatelo. Avete fatto quella telefonata difficile? Un caffè. Il report è pronto? Una pausa breve. Avete raggiunto una tappa importante? Qualcosa di piacevole. Piccole ricompense possono aiutare a rendere psicologicamente più vicini gli obiettivi a lungo termine.

Rimandare le cose non significa liberarsene: i pensieri continuano a girare e girare…
Un momento catturato durante uno dei nostri corsi.
Foto: TELOS
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Esiste una variante particolarmente subdola: quella in cui sembriamo straordinariamente indaffarati. Riordinare la scrivania. Archiviare le mail. Rinominare le cartelle. Fare ancora una ricerca veloce. Abbellire la lista delle cose da fare. Magari persino provare un nuovo strumento di gestione del tempo. Si lavora moltissimo — solo non su ciò che conta davvero.
La domanda decisiva, quindi, non è: “Sono occupato?“, ma: “Sto lavorando al compito più importante in questo momento?“.
Può essere scomodo sentirsi rispondere. È esattamente per questo che la domanda funziona.
Anche le organizzazioni producono procrastinazione. Responsabilità poco chiare, obiettivi vaghi, progetti enormi senza tappe intermedie e compiti privi di un senso comprensibile sono terreno fertile. Eppure i responsabili possono invertire la rotta: chiarire le priorità, scomporre i grandi progetti in passi concreti, fissare scadenze realistiche e assegnare le responsabilità in modo inequivocabile.
“Dovremmo spingere di più sul tema della digitalizzazione” lascia ampio margine per rimandare.
“Entro venerdì Maria elabora tre proposte per il nuovo processo digitale di gestione dei clienti” decisamente meno.
La chiarezza mette le cose in moto.

Meglio affrontare le cose subito — o almeno iniziare — che rimandarle all’infinito.
Riproduzione dai nostri materiali didattici
Immagine simbolica: TELOS
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Perché rimandiamo proprio quelle cose che sappiamo essere importanti? I ricercatori si occupano di procrastinazione da decenni, indagando attraverso esperimenti, studi longitudinali e metanalisi cosa ci impedisce di iniziare e cosa funziona davvero. Il quadro che emerge è chiaro: il vizio di rimandare ha meno a che fare con la pigrizia e più con l’autoregolazione, le emozioni, la motivazione e il modo in cui affrontiamo i compiti scomodi.

Un cartello nello spogliatoio di un negozio di articoli sportivi.
Immagine tratta dai nostri materiali didattici.
Riproduzione e foto: TELOS
La maggior parte delle persone non ha bisogno di un sistema di gestione del tempo più sofisticato. Ha bisogno, più spesso, di un primo passo chiaro.
Non: Fare più sport. Ma: Adesso mettere le scarpe da ginnastica.
Non: Pensare a un concept completo e perfetto. Ma: Adesso aprire il file.
Non: Intensificare l’acquisizione clienti. Ma: Adesso chiamare il primo cliente.
Chi aspetta il momento perfetto può aspettare a lungo. E continuare a rimandare all’infinito…
La motivazione oscilla. La voglia ancora di più. Il calendario, invece, non ne sa niente. Per questo, contro il vizio di rimandare esiste una medicina sorprendentemente semplice:
1. Iniziare in piccolo.
2. Iniziare con concretezza.
3. Ma iniziare.
Perché domani è sì un altro giorno. Solo che di solito è già pieno di altre cose in agenda.
Rimandare costa tempo, energie e nervi. Chi riconosce le cause, chiarisce le priorità e passa all’azione recupera concentrazione, efficacia personale e margine di manovra.

Ciò che da soli risulta spesso difficile, con la formazione e un affiancamento professionale diventa più accessibile.
La direttrice dell’istituto dott.ssa Magdalena Gasser durante una sessione di coaching nei nostri spazi di consulenza.
Foto: TELOS
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La procrastinazione non è un tratto caratteriale immutabile. Chi riconosce i propri schemi personali di rimandare può imparare ad affrontare i compiti con più prontezza, a definire le priorità con maggiore chiarezza e a portare avanti anche le cose scomode con decisione. La formazione e un affiancamento professionale aiutano a non fermarsi ai buoni propositi, ma a radicare nuovi modi di lavorare e di comportarsi nella quotidianità.
Nei corsi, nei percorsi formativi e nel coaching di TELOS vediamo continuamente come anche cambiamenti mirati producano effetti concreti e percepibili: i responsabili strutturano le priorità con più chiarezza e ritrovano tempo per le attività di guida. I collaboratori iniziano prima i compiti scomodi, invece di trascinarseli fino all’ultimo momento. I team riducono i passaggi di allineamento superflui e prendono decisioni con più impegno. Nel coaching è possibile individuare i propri fattori scatenanti e costruire strategie personalizzate per affrontarli.
Potete contare su oltre 30 anni di esperienza in psicologia applicata e nel mondo aziendale, combinati con metodi aggiornati e tecniche collaudate sul campo. Anziché soluzioni standard, progettiamo percorsi formativi calibrati sulle esigenze concrete di ogni cliente. Esercitazioni pratiche, trasferimento nella realtà lavorativa e verifiche mirate dell’apprendimento fanno sì che dalle consapevolezze nascano, per quanto possibile, nuovi comportamenti. Perché contro il vizio di rimandare, alla lunga, c’è soprattutto una cosa che funziona: iniziare!
Contattateci: ne parleremo personalmente, gratuitamente, senza impegno e con la massima riservatezza.

dott.ssa Magdalena Gasser
Direttrice dell'istituto | Sviluppo del personale | Coaching
Steel, P. (2007): The Nature of Procrastination: A Meta-Analytic and Theoretical Review of Quintessential Self-Regulatory Failure. Psychological Bulletin, 133(1), 65–94. Metanalisi condotta su 691 relazioni tratte dalla letteratura esistente. Sirois, F. M. & Pychyl, T. A. (2013): Procrastination and the Priority of Short-Term Mood Regulation: Consequences for Future Self. Social and Personality Psychology Compass, Tice, D. M. & Baumeister, R. F. (1997): Longitudinal Study of Procrastination, Performance, Stress, and Health: The Costs and Benefits of Dawdling. Psychological Science, 8(6) Gollwitzer, P. M. & Sheeran, P. (2006): Implementation Intentions and Goal Achievement: A Meta-analysis of Effects and Processes. Advances in Experimental Social Psychology, 38, 69–119. Metanalisi di 94 test indipendenti. Rozental, A., Forsell, E., Svensson, A., Andersson, G. & Carlbring, P. (2015): Internet-Based Cognitive-Behavior Therapy for Procrastination: A Randomized Controlled Trial. Journal of Consulting and Clinical Psychology, 83(4)